Radici di Libertà. Mostra personale di Elena Cappellini. Galleria Vittoria, Via Margutta, Roma · fino al 6 marzo 2026
Il tempo, nella pittura di Elena Cappellini, si deposita. Lo si avverte subito, appena ci si ferma davanti alle sue tele, e fermarsi è la prima cosa che queste opere chiedono. Quando mi son trovato ad osservarle, nell’autorevole cornice espositiva offerta della Galleria Vittoria (storica istituzione di Via Margutta, tra le più significative di Roma) ho sentito qualcosa rallentare dentro di me. Il tempo del sedimento. Il tempo di ciò che resta.
Penso che questa mostra (curata come al solito grande intelligenza e sensibilità da Tiziana Todi) rappresenti un ottimo esempio di ciò che la pittura informale contemporanea italiana sa ancora esprimere quando è guidata da una visione autentica. Lo dico perché la giovane Elena Cappellini, nata a Roma e cresciuta tra i Castelli Romani, formatasi al Liceo Artistico Giorgio de Chirico e poi all’Accademia di Belle Arti dove ha conseguito la laurea specialistica in Pittura, ha scelto di percorrere la propria strada con una determinazione che si legge in ogni centimetro di superficie pittorica. La rottura con quella “sicurezza” che veniva dalla rappresentazione fedele, piacevole e riconoscibile è stata una scelta di tutto rispetto. Un atto che pochi hanno il coraggio di compiere davvero.
Elena Cappellini l’ha compiuto, e lo ha fatto con una lucidità che è già, di per sé, un gesto critico. La sua pittura nasce da un’esigenza intima e ineludibile: attraversare il reale, andare al di là di ciò che si vede per toccare ciò che si sente. Il mondo visto cede il posto al mondo vissuto; l’immagine lascia spazio a ciò che si è dissolto nella materia del tempo, a quella zona in cui il ricordo e la materia diventano la stessa cosa. C’è in tutto questo un’eco potente e riconoscibile dello Sturm und Drang[1] tedesco, quella tensione romantica verso l’individualizzazione assoluta del gesto creativo che Elena Cappellini porta nel proprio lavoro come un’origine culturale riconosciuta e abitata.

Nelle opere riunite per questa prima personale (un arco temporale dal 2017 al 2024, la mappatura di un percorso ancora vivo e in movimento) la tela è sempre un campo interamente abitato, senza zone franche, con il fondo che si fonde alla figura in un abbraccio che è anche lotta. La distinzione tra ciò che sostiene e ciò che emerge tende a dissolversi, e in questo scioglimento continuo sta, a mio avviso, il nucleo più profondo e più interessante della ricerca di Elena Cappellini. Ogni strato che si deposita trasforma ciò che stava prima in struttura portante. L’accumulo, l’abrasione, la sedimentazione: ogni gesto lascia un segno che diventa grammatica, e quella grammatica è il tempo stesso reso visibile.
Un elemento percorre l’intera mostra e vale la pena sostare su di esso: il nero. Nella pittura di Elena Cappellini il nero è ossatura, struttura portante, il principio attivo che rende la superficie psicologicamente viva perché rivela e addensa lo spazio. Lo rende denso di senso, capace di restituire profondità lì dove le accensioni dello spettro cromatico creerebbero distrazione. Stare davanti a queste tele significa imparare a leggere il silenzio in una partitura: è lì che la musica respira. È una scelta che trovo profondamente coerente con una pittura che è, prima di tutto, un luogo di resistenza silenziosa. Come ha scritto la curatrice Todi, la materia qui conserva la storia del gesto e quella storia si sente.
Anche i titoli delle opere sono parte attiva del racconto. Dreams from the Past (2017), Disconnected Memories (2020), La persistenza del ricordo (2023), fino a La funzione del presente (2024). La traiettoria va dal sogno alla funzione, dalla memoria frammentata alla presenza operante, e la direzione è precisa, voluta, conquistata. È come se l’artista avesse vissuto, nel tempo, uno spostamento profondo dall’evocazione verso la costruzione: la memoria smette di essere un sentimento e diventa un dispositivo concreto, si incorpora nella materia pittorica, diventa struttura, logica visiva e principio compositivo. Penso sia questa la maturità più vera che si avverte nelle opere recenti. Una sintesi che governa la complessità senza mai impoverirla.
Radici di Libertà (e il titolo mi sembra tra i più onesti e precisi che abbia letto ultimamente) propone una libertà praticata in silenzio, opera dopo opera, gesto dopo gesto, strato dopo strato. È la libertà di chi ha scelto di scavare anziché decorare, di chi sa che la pittura, quando è vera, si attraversa.
Dobbiamo essere grati alla Galleria Vittoria per aver scelto questa artista e questa mostra, e per aver dato forma, in uno dei contesti più significativi della Roma culturale, a un progetto espositivo raffinato che porta lo spettatore a pensare e a confrontarsi con la propria sensibilità. È quello che l’arte dovrebbe sempre fare.
Alberto Moioli – Critico d’arte | www.albertomoioli.it
note al testo:
1 – Lo Sturm und Drang (“tempesta e impeto”) è il movimento letterario e culturale tedesco sviluppatosi tra il 1760 e il 1780, in aperta reazione all’ordine razionalista dell’Illuminismo. Goethe e Schiller ne furono le voci principali. Al centro del movimento stava l’individuo come forza irrazionale e passionale, il primato del sentimento sul calcolo, della natura sull’artificio. Per la pittura di Cappellini il riferimento non è stilistico ma temperamentale: è quella stessa urgenza interiore, quella necessità di rompere con la forma addomesticata per lasciare emergere qualcosa di più vero e meno controllato, che attraversa la sua ricerca.

