“Oltre confine. Possibilità e paesaggi interiori» apre l’8 maggio 2026 al Museo e Fondazione Venanzo Crocetti di Roma e resta aperta fino al 21 maggio. Ventotto dipinti di Antonello Spadafora, artista nato a Paola, in Calabria, oggi tra Fuscaldo e Roma, distribuiti in due cicli prodotti nel biennio 2021-2022. La mostra è curata da Alberto Moioli e promossa dall’ICAS Intergruppo Parlamentare Cultura Arte e Sport, con gli auspici della Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei deputati. L’inaugurazione è venerdì 8 maggio alle 17.00. Ingresso gratuito.
Mi piace pensare che Antonello Spadafora dipinga ciò che non si vede ancora. Gli alberi con i rami che nessuno sa ancora dove arriveranno, le caverne, i paesaggi che su nessuna carta geografica esisteranno mai. Trenta tele, misura volutamente uniforme 60×70 cm, due cicli distinti. L’ho incontrato per capire dove finisce la biografia e dove inizia l’opera, e mi sono trovato davanti a un uomo di straordinaria profondità d’animo, capace di emozionare e far pensare. Dopo aver visto le opere preparate per l’esposizione al Museo Venanzo Crocetti gli ho chiesto da dove nasce il suo pensiero e dove è indirizzato.
«Sto lavorando a due cicli pittorici» risponde. «Il primo è dedicato agli alberi, un’intuizione per me nuovissima, nata intorno al concetto di possibilità. L’albero ha radici e vita propria: da giovane lo si può modellare, crescendo sviluppa rami diversi, ognuno un’opportunità di cui ignoriamo quale frutto porterà. In queste opere lascio aperti molti percorsi, quasi fossero nuove domande per ognuno di noi, ma anche una via verso un’apertura finale.»
L’altro ciclo sono i «Paesaggi interiori», e qui il tono si fa più intimo. «Ci sono le mie emozioni più profonde, che emergono sulle tele attraverso il colore. Ho lavorato a Roma per oltre vent’anni con la famiglia rimasta al Sud — mi sento un po’ come un Ulisse che cerca sempre di tornare a casa. Questi quadri raccontano i miei dialoghi, a volte impossibili, tra elementi che cercano di proiettarsi l’uno verso l’altro, restando in una dimensione aniconica e astratta. Il contenuto appartiene a una visione che prende forma e poi vi ritorna, sempre inevitabilmente.»
Nei paesaggi ho notato una dualità profonda, un viaggio tra luce e ombra. Glielo dico. «Per arrivare alla montagna dorata, al bene, bisogna attraversare nebbie e zone oscure. Nell’animo umano ci sono lati in luce, che mostriamo a tutti, e lati oscuri che spesso ignoriamo noi stessi — per questo dipingo spesso caverne, grotte. È un invito ad affidarsi all’istinto in percorsi sconosciuti. Eppure c’è quasi sempre un alberello sulla rupe che osserva, come un testimone del fatto che sono ancora vivo e ho ancora molte cose da dire.»
La sua formazione è vasta, mai risolta in un’unica direzione. «Sono partito da Caravaggio, mi sono scontrato con Picasso e, dopo averli quasi odiati, mi sono innamorato degli Impressionisti fino alla pittura en plein air. Simbolismo, naturalismo, astrazione — una sola strada l’avrei rifiutata. Avrei rinunciato alla libertà.»
Quell’apertura che dipinge è la possibilità di passare oltre. Una dichiarazione d’amore alla vita. «È esattamente quello» conferma.
Alberto Moioli














