Mario Marzi

l tempo sospeso di Mario Marzi

Si inaugura sabato 18 aprile la nuova mostra personale di Mario Marzi tra le autorevoli sale del Museo Venanzo Crocetti di Roma. In mostra fino al 25 aprile 2026 a cura dell’Archivio Paolo Salvati

Verso un simbolismo poetico e contemplativo

Ho incontrato artisti che si raccontano attraverso vernissage e il clamore degli eventi. E poi ci sono artisti come Mario Marzi, che si presentano attraverso il silenzio delle sue opere. Un silenzio denso, un alfabeto visivo che necessita di tempo per essere compreso. Ho già scritto per lui in passato, e mi trovo oggi nella condizione fortunata di tornare sulle sue opere con uno sguardo rinnovato: è proprio questo studio nel tempo a rivelarmi, con sempre maggiore chiarezza, la costanza di una ricerca fedele a sé stessa, al riparo dal gusto del momento.

Dalla prima fase rigorosamente naturalistica fino alle tele più recenti, dove la realtà si trasfigura in quello che potrei definire un realismo visionario, emerge un artista che ha percorso la propria strada con la lentezza necessaria. Una lentezza feconda, vissuta come scelta etica prima ancora che estetica. Con una formazione maturata all’Accademia di Belle Arti di Roma, Marzi porta nel suo sguardo i maestri dell’Ottocento italiano e francese, la sensibilità di Segantini, la sacralità di Millet, il lirismo di Corot, e dialoga idealmente con lo spirito dei pittori della Campagna Romana, quel sodalizio che aveva fatto della terra laziale una cattedrale a cielo aperto. Marzi appartiene a quella tradizione per affinità profonda di sensibilità; ama la sua terra, la conosce e la respira ogni mattina.

La storia personale è inseparabile dalla pittura. Gli anni nella campagna viterbese, dopo la scomparsa del padre, in una vita di essenzialità quasi francescana tra la coltivazione della terra e il lavoro con le mani, hanno lasciato una traccia indelebile. Quando un artista tocca davvero la terra, il suo modo di tradurla sulla tela cambia radicalmente. Nelle opere di Marzi si sente questa fisicità: i cieli hanno la consistenza dell’aria vera, i boschi il respiro delle stagioni, la luce la qualità mutevole di una luce davvero osservata.

Nei lavori più recenti la pittura si è liberata di ogni residuo descrittivo per divenire un luogo dell’anima. I grandi formati adottati dal 2020 dispiegano la tensione tra rigore compositivo e libertà visionaria che caratterizza il suo stile ormai maturo. Dentro una struttura governata da sapienza accademica si muove qualcosa di sorprendente: una flora che sfugge a qualsiasi catalogo botanico reale, una fauna che abita spazi impossibili con la naturalezza di un sogno ricorrente, atmosfere sospese tra le stagioni, il tempo sembra aver trovato, finalmente, pace. Ho pensato a lungo, davanti a queste opere, che richiedano allo spettatore una disponibilità che il nostro tempo fatica a garantire: quella di stare fermi. Tutto è immobile nel senso narrativo del termine, eppure tutto vive.

L’approdo al Museo Venanzio Crocetti di Roma è una tappa che consolida e certifica la qualità di una ricerca condotta per decenni con determinazione e con umiltà, ben oltre il semplice episodio espositivo. Per Marzi, che ha sempre operato lontano dai meccanismi della visibilità facile, questo riconoscimento ha il peso specifico delle cose guadagnate nel tempo, una tela alla volta.

Quello che Mario Marzi ci consegna, in ogni opera, è una proposta di mondo: silenzioso, armonioso, abitato da creature che hanno trovato la pace. È un’utopia? Forse. È però l’utopia necessaria, quella che dà all’arte il suo senso più profondo e la separa dal semplice documento. E in questo momento storico, abbiamo bisogno di qualcuno che la dipinga.

Alberto Moioli 

Mario Marzi