“Laudato si’,
mi’ Signore,
per sor’Acqua,
la quale è multo utile
et humile et pretiosa et casta.”
Nel 2026, anno delle celebrazioni dedicate a San Francesco d’Assisi, la sua figura continua a irradiarsi nel presente con una vitalità sorprendente. A oltre otto secoli di distanza, la sua parola conserva una forza intatta, capace di raggiungere l’uomo contemporaneo nel punto più sensibile della sua inquietudine. In un tempo dominato dalla velocità e dalla superficialità, dalla sovrapposizione incessante degli stimoli e dalla frammentazione dell’esperienza, Francesco appare come il custode di una diversa misura dell’esistenza. Una sorta di misura fondata sull’ascolto, sulla meraviglia e sulla capacità di riconoscere la presenza del sacro nel tessuto stesso del mondo.
L’arte condivide questa vocazione, da sempre, la stessa storia dell’arte ce lo insegna. Ogni autentica esperienza estetica sospende idealmente il flusso del tempo e apre un varco nel mondo delle emozioni. L’arte in questo contesto chiede a tutti noi uno sguardo che sia capace di oltrepassare la superficie del visibile per accedere a una dimensione più profonda, richiede uno sguardo che sia complice della bellezza. Le opere selezionate per questa mostra nascono da questa necessità, dall’esigenza di esprimere l’animo sensibile degli artisti. Nessuna immagine si offre come risposta definitiva perché ciascuna si propone piuttosto come luogo di incontro, occasione di interrogazione interiore, spazio in cui possiamo riconoscere qualcosa di noi e della nostra relazione con il mondo.
Molti degli artisti coinvolti hanno individuato nell’acqua il punto di accesso privilegiato al pensiero francescano. Presenza originaria e universale, l’acqua attraversa la storia dell’umanità come simbolo di vita, purificazione, rinascita e memoria. Scorre tra le opere come una trama invisibile che collega le diverse sensibilità, assumendo di volta in volta la forma della sorgente, del fiume, della pioggia, del mare o del riflesso. La sua natura mutevole suggerisce un’idea di armonia fondata sulla relazione, sullo scambio, sulla reciproca appartenenza.
È lo stesso respiro che anima il Cantico delle Creature, una delle più alte espressioni poetiche della tradizione occidentale. Francesco vi riconosce nell’acqua una sorella, nel sole un fratello, nella terra una madre generosa. Attraverso queste parole prende forma una rivoluzionaria visione del mondo, nella quale ogni creatura partecipa a una comune dignità e ogni elemento del cosmo entra a far parte di una grande comunità vivente. La creazione si manifesta come intreccio di relazioni, come tessuto di legami che uniscono la dimensione umana a quella naturale in un unico orizzonte spirituale.
Anche il gesto artistico trova la propria radice in questa esperienza di appartenenza. L’opera prende forma quando l’artista accetta di entrare in una relazione profonda con la materia. Colore, luce, pietra, segno e superficie cessano di essere strumenti e acquistano una presenza autonoma. Il processo creativo assume allora il carattere di una rivelazione. L’immagine emerge da un dialogo sottile tra intenzione e ascolto, tra disciplina e intuizione. Ogni lavoro custodisce la traccia di questo incontro e restituisce una forma visibile a ciò che, fino a un momento prima, apparteneva al regno dell’invisibile.
Fra gli episodi più emblematici della vicenda francescana, il gesto compiuto nella piazza di Assisi conserva una straordinaria forza simbolica. Lo spogliarsi degli abiti paterni rappresenta una scelta di radicale autenticità, un atto con il quale Francesco affida la propria esistenza alla verità della vocazione interiore. Anche la ricerca artistica conosce momenti simili: istanti nei quali ogni sovrastruttura cade, ogni mediazione si dissolve e rimane soltanto l’essenziale. In quella nudità dello spirito risiede spesso l’origine delle opere più intense e più necessarie.
Francesco e l’artista condividono, in fondo, la medesima tensione verso la manifestazione. Entrambi offrono forma a una presenza che dobbiamo saper riconoscere. Entrambi custodiscono uno spazio nel quale la bellezza vive.
Francesco desiderava lasciare nell’orto del convento una porzione di terreno libera da ogni intervento umano, affinché erbe e fiori selvatici potessero crescere spontaneamente e richiamare, attraverso la loro semplice esistenza, la grandezza del Creatore. In questa immagine si può forse riconoscere il senso più profondo della mostra. Esiste un luogo, esteriore e interiore, nel quale la bellezza affiora secondo una necessità che le appartiene. All’arte spetta il compito di custodire quel luogo, agli artisti quello di renderlo visibile, a chi osserva quello di accoglierne il dono.
Desidero infine esprimere una sincera gratitudine all’Archivio Paolo Salvati, il cui impegno, competenza e la sensibilità culturale hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto. Un ringraziamento particolare va inoltre a Luigi Salvatori, presenza generosa e preziosa lungo tutto il percorso espositivo. La mia riconoscenza si estende agli artisti che hanno accolto questo invito con talento e partecipazione: Francesca D’Ascani, Elvira Calabrese, Luisa Muzzi, Paolo Pelizzoli, Carla Pistola, Antonello Spadafora, Carlo Pontillo, Luigi Salvatori, Maurizio Saba, Alessia Tortoreto, Elisabetta Bosisio, Mario Marzi, Stefano Manfredi, Giulia Culicchia e Serena Pasquazi. Attraverso linguaggi differenti e visioni personali, ciascuno di loro ha contribuito a costruire un percorso di rara intensità poetica e spirituale, offrendo così al pubblico un’occasione preziosa di incontro e riflessione con il messaggio universale di San Francesco.
Alberto Moioli
Critico d’arte – Dir ed. Enciclopedia d’Arte Italiana

