Roberto Venturoni

Roberto Venturoni

ROBERTO VENTURONI (1945-2011)

di Alberto Moioli

Roberto Venturoni inizia a dipingere guardando gli uomini.

Nato a Roma nel 1945, porta con sé fin dalla giovinezza una vocazione per l’arte, che prende forma nel 1973, quando per il compleanno riceve in dono un cavalletto, colori e tele.[1] L’anno dopo entra nello studio di Silvio Bicchi e dipinge bar, sale da ballo, giocatori di carte e di biliardo.[2] Il paesaggio c’è già, lo notano i primi recensori del 1974, ma a occupare la scena sono le persone.[3] Nel 1976 Osvaldo Amorosino racconta un suo quadro come si racconta un film: una lampada getta un cono di luce su un tavolino, un uomo dorme, o prova a dormire, con la testa sulle braccia, una bottiglia vuota davanti a lui e un’altra, piena, che l’oste gli porge dal banco.[4] Chi dipinge così guarda le persone e ci tiene a loro. Quel dormiente ricompare in un’acquaforte.[5] Credo che il paesaggio, in Venturoni, nasca da qui, da un uomo che prima di guardare i campi ha guardato a lungo gli uomini.

Poi viaggia: Sardegna, Sicilia, le Eolie, la Tunisia, Londra, Parigi. Porta a casa marine, porticcioli, pescatori, e una spatola che non mollerà più. Ma il luogo a cui torna è l’Umbria, e in particolare il Purello, il paese del padre, dove nel 1981 Monsignor Ennio Francia lo unisce in matrimonio. Francia lo aveva presentato in catalogo l’anno prima alla galleria Il Babuino.[6] Intanto Venturoni studia, l’incisione con Luigi Guardigli nel 1979, il nudo con Giulio Turcato nel 1981, di nuovo l’acquaforte dal 1986 con Ernesto Nino Palleschi, di cui sarà direttore artistico fino al 2010.[7] Modella Madonne in terracotta, esposte nel 2005 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi.[8] Nel 2010 porta le sue incisioni in Giappone.[9] Con Paolo Salvati condivide una stima fraterna e il paesaggio come terreno comune, ed è giusto che a riportarlo in una sala del Museo Venanzo Crocetti di Roma sia l’Archivio che porta il nome dell’amico.

Davanti alle sue tele la prima cosa che si nota è la pasta. L’olio, steso a spatola, è così spesso che il gesto resta visibile. Elio Mercuri, nei primi anni Ottanta, trovava in certi ritratti e in alcuni paesaggi una morbidezza e una poesia da pittore maturo.[10] Dario Micacchi, nel 1992, parla di un colorista puro, dall’immaginazione incandescente, quasi lavica, e nota che il blu tempestoso fa da guida, in lotta con giallo, verde e rosso.[11] Francia, nel 1980, aveva fatto i nomi di Ensor, Vlaminck, Corot e Géricault. Micacchi, dodici anni dopo, quello dei Fauves. Venturoni però non cita nessuno, come nota lo stesso Micacchi: ha digerito tutto, e quello che restituisce è suo.[12]

Lo spaventapasseri, campo di grano (1978, olio su tela, 30 x 40 cm) è la soglia da cui entrare in questa pittura. Una figura nera con le braccia aperte, un campo in fiamme, un’ombra blu che corre ai suoi piedi, uno stormo piccolo nel cielo. Trenta centimetri per quaranta, e ci si ferma più a lungo che davanti a certe tele da due metri.

Ai piedi di Monte Gennaro (1981, olio su tela, 30 x 40 cm) è un cortile di case gialle e rosse con una strada azzurra che ci entra, alberi alti sulla sinistra e un cielo che passa dal rosa al viola al blu fondo. La luce sembra quella di fine giornata, e i gialli sono accesi come da dentro.

Nel Casolare umbro (1984, olio su tela, 40 x 50 cm) il vento ha preso tutto. Piega gli alberi davanti alla casa, scompiglia la collina, torce il cielo in spirali di giallo e di turchese che occupano metà del quadro. Sul colmo del tetto c’è un punto nero, forse un uccello, aggrappato contro il vento.

Nel Purello verso il mulino (1991, olio su tela, 50 x 70 cm) il cielo si riduce a una striscia e comandano le colline, che cadono in diagonale. Il colore è spezzato in tasselli, rossi e arancioni sulla strada, rosa, verdi acidi, gialli. Il Purello è un luogo vero, il paese del padre, e tre anni dopo Venturoni vi torna con un’acquaforte, Il vecchio mulino del Purello.[13]

L’opera che forse un po’ mi inquieta, nell’osservazione e nell’analisi, è il Paesaggio (1992, olio su tela, 50 x 60 cm). Un blu da temporale occupa metà tela, due alberi hanno la chioma tonda e azzurra, come nuvole scese a terra, il mare è una riga scura e la casa ha il tetto arancione, acceso come una brace. È il blu tempestoso di cui parla Micacchi.[14]

In tutti questi quadri non c’è nessuno, salvo lo spaventapasseri, un uomo di stracci piantato a far la guardia. Micacchi lo diceva un uomo di città che non dipinge la città.[15] Aldo Incitti, nel 1984, scriveva di cieli carichi di inquietudine e di una pittura che ferma il tempo. Franco Simongini, due anni dopo, di una natura solitaria che l’uomo non ha ancora rovinato.[16]

Venturoni è conosciuto ancora troppo poco. Lo dico senza giri di parole. La retrospettiva al Museo Venanzo Crocetti, voluta dagli eredi e a cura dell’Archivio Paolo Salvati, serve a questo: a mettere le tele una accanto all’altra, anno dopo anno, perché un pittore si capisce solo così. Il luogo non è casuale. Il museo è dedicato a uno scultore che passò quattordici anni sulla Porta dei Sacramenti di San Pietro,[17] e Venturoni ha modellato Madonne in terracotta. Dal 17 al 29 ottobre. Andateci con il tempo di fermarvi davanti allo spaventapasseri.

Seguono le note al testo.

[1] Roberta Perfetti, Roberto Venturoni. L’incisione, Eurasia Edizioni, Roma 1994, «Note biografiche», voce 1973.

[2] Perfetti, cit., «Note biografiche», voci 1974 e 1975 (studio di Silvio Bicchi; gli interni dei bar, le balere, i giocatori di biliardo e di carte).

[3] Vanna Armeni e V. Cristallini (1974), in Dario Micacchi, Roberto Venturoni. I paesaggi dell’Io, catalogo della mostra, 1992, «Documentazione critica», p. 59.

[4] Osvaldo Amorosino (1976), in Micacchi, cit., «Documentazione critica», p. 59. Sui primi riconoscimenti dovuti ad Amorosino cfr. Perfetti, cit., «Note biografiche», voce 1976.

[5] Ferruccio Massimi, Venturoni incisore, in Roberto Venturoni. L’opera grafica, catalogo, 2003: l’autore descrive un’incisione in cui l’attenzione cade su un dormiente solitario con la testa sulle braccia, sul tavolo.

[6] Perfetti, cit., «Note biografiche», voci 1980 (presentazione di Mons. Ennio Francia nel catalogo della personale alla Galleria «Il Babuino») e 1981 (matrimonio al Purello, in Umbria, paese d’origine del padre dell’artista); la stessa cronologia è ripresa in Domenico Guzzi, in Venturoni. Le maschere, catalogo, 1999. Sul legame con l’Umbria cfr. anche Ernesto Nino Palleschi, Lettera di un amico, in Massimi, cit.

[7] Perfetti, cit., «Note biografiche», voci 1979 (Luigi Guardigli e il gruppo «Ellegi»), 1981 (corso libero del nudo con Giulio Turcato), 1986 (laboratorio «Four For Art» con Ernesto Nino Palleschi). L’incarico di direttore artistico (1997-2010) è riportato nella biografia dell’artista.

[8] Giacomo E. Carretto, Forme eterne dell’animo umano, in Venturoni. Terrecotte, Assisi, Basilica Patriarcale di S. Maria degli Angeli in Porziuncola, Sala dell’Annunziata, 16-31 luglio 2005.

[9] Biografia dell’artista (documento consegnato per la mostra): personale di opere calcografiche alla Ryu Gallery di Shizuoka, 2010.

[10] Elio Mercuri, in Micacchi, cit., «Documentazione critica», p. 60.

[11] Micacchi, cit., testo critico di apertura.

[12] Ennio Francia (1980), in Micacchi, cit., «Documentazione critica», p. 60. Per i riferimenti a Matisse e a Vlaminck e per l’osservazione che Venturoni non dipinge «assemblando stilemi di altre immagini», cfr. il testo di Micacchi, ivi.

[13] Perfetti, cit., tavola Il vecchio mulino del Purello, acquaforte, matrice di zinco cm 16 x 24,5, 1994, tiratura 1/50.

[14] Micacchi, cit.

[15] Micacchi, cit.

[16] Aldo Incitti (1984) e Franco Simongini (1986), in Micacchi, cit., «Documentazione critica», p. 61.

[17] Sulla Porta dei Sacramenti di San Pietro e sul museo cfr. la scheda «Museo Fondazione Venanzo Crocetti» su turismoroma.it